Lettera da un'isola a una penisola, Gesualdo Bufalino
Vivo e scrivo in un'isola. Prima d'essere un'anagrafe geografica, questa è una condizione morale e, come tutto ciò che inerisce alla morale, porta dentro di sé, in un gioco di luci e di ombre, il ricco germe dell'ambiguità. Un'isola è in effetti almeno due cose contraddittorie: un'autosufficienza felice e una solitudine amara.
Non avere altri confini che il mare e il cielo; essere chiusi nel circuito perfetto delle proprie coste, opponendo ad ogni contagio il sentimento orgoglioso della propria identità… ma nello stesso tempo avvertire la povertà e lo squallore d'una simile segregazione, sentirsi come la gamba amputata d'un corpo più grande e più caldo, sentirsi come un'appendice scarnificata dove il sangue circola appena… Ecco, qui mi pare che consista il primo nodo da sciogliere per un siciliano (ma forse anche per ogni abitante d'isola o di penisola: peninsula, in latino, non significa forse “quasi isola”?).
Se ne riverberano sul nostro carattere due qualità dominanti: da un lato una fierezza magnanima, dall'altro una specie di furor malinconico. Si è superbi di vivere in un Eden esclusivo e benedetto dal sole, ma si è disperati di doverci restare esiliati, come in una marca di frontiera, in una periferia abbandonata. Un'isola, ho scritto altrove, può essere un trono, ma anche sempre, inevitabilmente, la cella d'una prigione. Ne consegue un dilemma che sin dalla nascita ci travaglia e al quale ciascuno di noi risponde in modo diverso: partire? rimanere?
V'è chi fugge, tagliando dietro di sé ogni ponte di famiglia, lingua, costume; c'è chi dopo essere fuggito ritorna, quindi prova di nuovo a fuggire, sentendo ogni volta una ferita sanguinargli silenziosamente nel cuore; v'è infine chi mette radici e non si muove più, ma concepisce contro se stesso, per questa scelta, un rancore e un rimorso che gli rendono i giorni infelici.
Terra difficile, la Sicilia. Soprattutto oggi che la barbarie della violenza sembra governarla in misura intollerabile. Terra difficile, ma di cui non si può trovare l'eguale al mondo. Mi piace talvolta guardarla all'incontrario, rovesciando la carta geografica, col Sud in alto e il Nord in basso, con gli occhi, cioè, d'uno studente di Amburgo o di Oslo. E mi sembra allora così straniera e desiderabile: un orto delle Esperidi lasciato cadere dai numi in mezzo al Mediterraneo che è quanto dire il cuore e l'ombelico del mondo.
Altre volte la paragono a una creatura vivente, a una donna. Si sa quanto sia difficile, di una donna, intendere i lineamenti segreti, i crocicchi dei nervi, le maree degli umori, le impronte digitali dell'anima. E quanto sia ancora più difficile conoscerne veramente il corpo, al di là d'una effimera presunzione di possesso carnale. Lo stesso accade con la Sicilia, nella varietà del suo paesaggio, dalle molli pianure solcate da fiumi dai dolci sdruccioli nomi greci agli altipiani simili a scacchiere dipinte, dove muretti di sassi disegnano geroglifici che solo un Dio geometra interpreta dalla sua nube, o un'allodola vertiginosa… dalle vigne verdi di grappoli alle miniere gialle di zolfo, dalle saline di bianco sale alle rocce di lava nera…
Quante civiltà, poi! Quante culture, venute dai quattro punti dell'orizzonte a mischiarsi sotto il nostro cielo: il Nord normanno, il Sud saraceno, l'Occidente aragonese, l'Oriente greco… Basterebbero i nomi dei miei tre compagni di bridge, ieri sera: Catalano, di chiara origine iberica; Sciarabba, che in arabo vuol dire “forte bevitore di vino”; Guizzardi, che è, mutato di poco, il francese Goussard e fa pensare a Roberto il Guiscardo.
C'è da meravigliarsi se abbiamo a accolto il meglio e il peggio d'ogni razza, se la luce più sfolgorante qui si confonde col nero del lutto più fosco?
Sì, qui la morte è di casa, questo è un luogo di ruderi regali, di magnificenze assassine. La Sicilia è una Medusa che impietra, ma anche una Mater dolorosa trafitta da sette pugnali di fuoco. E forse così converrebbe che un pittore la ritraesse: una Madonna Erinni, con cento viperette nascoste sotto la cuffia azzurra e l'aureola del capo… La morte qui è di casa, ripeto, com'è di casa il teatro.
Mi viene in mente (le referenze letterarie aiutano a volte l'etnologo e l'antropologo meglio delle testimonianze sul campo), mi viene in mente un passo di Cervantes, in cui si rappresenta mirabilmente, se si vuole interpretarlo in senso simbolico, questa alleanza fra morte e palcoscenico, così frequente nei paesi mediterranei: «La carretta era scoperta, senza tende né stuoie. La prima figura che si offrì agli occhi di Don Chisciotte fu quella stessa della Morte, ma con un viso normale d'uomo…».
Così avviene l'incontro del cavaliere con una compagnia di attori che tornano da una recita e serbano in viso il trucco della commedia che hanno or ora recitato. Una sequenza che sembra volerci suggerire come non ci sia angolo quaggiù da cui non possa sbucare, metà finzione metà tragica realtà, il carro di Tespi della morte. Quaggiù, in Sicilia, ma anche in Grecia, in Spagna, dovunque in riva al Mediterraneo c'è un sangue che ci rassomiglia.
