Pensieri di un uomo curioso.

Per aspera ad astra.

Un blog, non tecnico, su tutto quello che mi passa per la testa e voglio che sia pubblico. Queste opinioni e/o segnalazioni non rispecchiano per nulla quelle delle societa' per cui lavoro/collaboro, ma sono da interndersi come strettamente personali.
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Anticipiamo parte dell´intervento dedicato alla solidarietà che Bauman terrà a “Dialoghi sull´uomo”, a Pistoia. Tutti i precari soffrono, ma queste sofferenze non si sommano, dividono coloro che le subiscono, negandogli il conforto di un destino comune Bisogna accettare che, in questo gioco, sia guadagnare che perdere siano concepibili solo insieme. O guadagniamo tutti o perdiamo tutti.


Per quanto ne so, è stato un economista, il professor Guy Standing, a coniare (e ha colto nel segno!) il termine precariat. Lo ha fatto per rimpiazzare contemporaneamente i termini proletariat e middle class (ceto medio), ormai ampiamente giunti a scadenza e divenuti dei «termini zombi», come li avrebbe certamente definiti Ulrich Beck. Come suggerisce il blogger che si cela dietro lo pseudonimo di Ageing Baby Boomer (cioè un figlio del baby boom in là con gli anni) «è il mercato che definisce le nostre scelte e ci isola impedendo a chiunque di mettere in discussione il modo in cui tali scelte sono definite. Chi fa una scelta sbagliata sarà punito. Ma a rendere tanto crudele il mercato è il fatto di non tenere minimamente conto che certe persone sono molto meglio attrezzate di altre per scegliere bene perché possiedono il capitale sociale, il sapere o le risorse finanziarie». 


Ciò che «unifica» il precariato, ciò che tiene insieme quell´insieme estremamente diversificato facendone una categoria coesa, è la sua condizione di massima frammentazione, polverizzazione, atomizzazione. Tutti i precari soffrono, indipendentemente dalla loro provenienza o appartenenza, e ciascuno soffre da solo. Ma tutte queste sofferenze sopportate individualmente mostrano una somiglianza sorprendente fra loro. Si riducono a una cosa sola: la pura e semplice incertezza esistenziale, una spaventosa miscela di ignoranza e di impotenza che è fonte inesauribile di umiliazione. 
Tuttavia queste sofferenze non si sommano, anzi dividono e separano coloro che le subiscono, negando loro il conforto di un destino comune, e fanno apparire risibili gli appelli alla solidarietà. 

Tale condizione, sin troppo visibile benché si tenti di dissimularla con ogni mezzo, testimonia che le autorità – quanti hanno il potere di accordare o negare diritti – hanno rifiutato a loro i diritti riconosciuti ad altri esseri umani, «normali» e quindi rispettabili. In tal modo essa testimonia, indirettamente, dell´umiliazione e del disprezzo di sé che sono inevitabile conseguenza dell´avallo, da parte della società, dell´indegnità e dell´ignominia che colpisce alcune persone. 

La politica emergente – l´auspicata alternativa a meccanismi politici ormai screditati – tende a essere orizzontale e laterale, anziché verticale e gerarchica. A me essa ricorda uno sciame: come sciami di insetti, alleanze e raggruppamenti sono creazioni effimere, facili da mettere insieme, ma difficili da tenere insieme per il tempo necessario a «istituzionalizzarsi», cioè a costruire strutture durevoli. Possono fare senza quartieri generali, burocrazia, leader, supervisori o caporali. Si unificano e si disperdono pressoché spontaneamente e con la stessa facilità. Ogni momento della loro vita è intensamente appassionato, ma notoriamente le passioni intense svaniscono presto. Non si può erigere una società alternativa sulla sola passione: l´illusione della sua fattibilità consuma gran parte delle energie che costruirla richiederebbe. 

Se le rivoluzioni non sono prodotti della disuguaglianza sociale, i campi minati sì. I campi minati sono aree disseminate di esplosivi sparsi a casaccio: si può star certi che una volta o l´altra qualcuno di essi esploderà, ma quale, e quando, non si può stabilire con qualche grado di certezza. Poiché le rivoluzioni sociali sono eventi con uno scopo e con un obiettivo, è possibile fare qualcosa per localizzarle e sventarle in tempo, mentre ciò non vale per le esplosioni dei campi minati. Qualora il campo minato sia stato predisposto da soldati di un esercito, si possono spedire altri soldati, appartenenti a un altro esercito, per estrarre le mine e disarmarle: un lavoro rischioso quant´altri mai, come ci rammenta incessantemente l´antica saggezza del soldato: «L´artificiere sbaglia una volta sola». Ma questo rimedio, per quanto insidioso, non è disponibile nel caso dei campi minati predisposti dalla disuguaglianza sociale: a seminare le mine e poi a estrarle deve essere lo stesso esercito, che non può smettere di aggiungere nuovi ordigni ai vecchi né evitare di metterci il piede sopra più e più volte. Seminare mine e cadere vittime delle loro esplosioni fanno tutt´uno. 

Tutte le varietà di disuguaglianza sociale scaturiscono dalla divisione fra ricchi e poveri, come osservava già mezzo millennio fa Miguel Cervantes de Saavedra. Tuttavia, in epoche diverse, possedere o non possedere oggetti diversi sono rispettivamente la condizione più appassionatamente desiderata e quella più appassionatamente sofferta. Due secoli fa in Europa, ancora pochi decenni fa in alcuni luoghi distanti dall´Europa, e ancor oggi su alcuni campi di battaglia di guerre tribali o parchi-giochi delle dittature, l´obiettivo primario che poneva in conflitto ricchi e poveri era il pane o il riso. Grazie a Dio, alla scienza, alla tecnologia e a certi espedienti politici ragionevoli, non è più così. Ma ciò non significa che la vecchia divisione sia morta e sepolta: al contrario… Oggigiorno, gli oggetti del desiderio la cui assenza è più acutamente sentita sono molti e vari, e il loro numero aumenta giorno per giorno come anche la tentazione di ottenerli. E così crescono l´ira, l´umiliazione, il rancore e il risentimento suscitati dal non averli; e con essi il desiderio di distruggere ciò che non si può avere. Saccheggiare i negozi e darli alle fiamme sono gesti che possono derivare dal medesimo impulso e gratificare il medesimo desiderio. 

Oggi gli europei sono 333 milioni, ma nel giro di 40 anni, all´attuale tasso medio di natalità (tuttora in calo in tutto il continente), scenderanno a 242 milioni. Per colmare il divario saranno necessari almeno 30 milioni di nuovi arrivi, altrimenti la nostra economia europea subirà un tracollo, e con essa il tenore di vita che ci sta tanto a cuore. Ma come possiamo integrare comunità differenti? 

In un piccolo ma interessante studio, Richard Sennett suggerisce che «una collaborazione informale e senza limiti prefissati è la via migliore per fare esperienza della differenza». In questa formula, ogni parola è decisiva. «Informalità» significa che non vi sono regole della comunicazione prestabilite: si ha fiducia che si autosviluppino mano a mano che aumenta la portata, la profondità e la significatività della comunicazione: «I contatti fra persone dotate di competenze o di interessi diversi sono ricchi quando sono disordinati e deboli quando vengono regolamentati». «Senza limiti prefissati» significa poi che l´esito dovrebbe seguire una comunicazione presumibilmente protratta, anziché essere prestabilito in modo unilaterale: «Si desidera scoprire l´altra persona senza sapere dove ciò lo condurrà; altrimenti detto, si desidera evitare la ferrea norma dell´utilità che stabilisce uno scopo – un prodotto, un obiettivo politico – fissato anticipatamente». E infine «collaborazione»: «Si suppone che le varie parti ci guadagnino tutte dallo scambio, e non che una sola guadagni a spese delle altre». Io aggiungerei: bisogna accettare che, in questo gioco particolare, sia guadagnare che perdere siano concepibili soltanto insieme. O guadagniamo tutti o perdiamo tutti. Tertium non datur. 

Sennett riassume il suo suggerimento come segue: «Gli uffici e le strade diventano inumani quando dominano la rigidità, l´utilità e la competizione; diventano umani quando promuovono interazioni informali, senza limiti prefissati, collaborative». 

Io penso che tutti noi che siamo chiamati e desideriamo insegnare potremmo e dovremmo imparare la nostra strategia da quel triplice precetto, laconico ma onnicomprensivo, espresso da Richard Sennett. Imparare noi stessi per metterla in atto, ma anche – ed è la cosa più importante – trasmetterla a coloro che sono chiamati e desiderano imparare da noi. 

Zygmunt Bauman 
Fonte: www.repubblica.it 

The World Wildlife Fund released a new report on biodiversity and human interaction with the planet, but there’s one map in particular, highlighted by The Washington Postthat shows just how much damage we’re doing. The map below, taken from the annual Living Planet report, demonstrates how much fish we’re pulling out of the ocean today compared to the middle of the previous century.

As you can see, the amount of fish we harvest each year has skyrocketed (from 19 million tons to 87 million tons), but with improved techniques and increased production we’re now in danger of depleting fish stocks all around globe. Some major commercial fish, like the bluefin tuna are being pushed to the brink of extinction and many others are near “collapse,” which means a catch dropping to less than 10 percent of peak catch. We’re eating them faster than they can replace themselves and our propensity to harvest fish at the top of the food chains, trickles down to affect the entire ecosystem of our water.

From the report: 

Targeted fishing of top predators has changed whole ecological communities, with increasing abundance of smaller marine animals at lower trophic levels as a consequence of the larger species being removed. This in turn has an impact on the growth of algae and coral health.

The overall theme of the report is that we’re burning through our food resources at an unsustainable rate. (The WWF says we’re consuming the equivalent of one and a half Earths every year.) The good news is that it isn’t too late to reverse the trend, without cutting out fishing and eating fish altogether. The bad news is that attempts to place strict quotas on fisherman have been undermined by lobbying efforts and a lack of international consensus. No one wants to slow the speed with which we harvest the oceans, but if we’re not careful, the oceans will do that job for us.

“In Lega possiamo sbagliare ma ci sono delle regole che valgono per tutti, dall’ultimo iscritto ai senatori e alla dirigenza. Umberto Bossi poteva non sapere, era impegnato a fare altro, era impegnato a salvare il Paese

Questa chicca è di Matteo Salvini, che nella sua vita non ha mai detto nulla di intelligente e quindi non si meriterebbe di sporcare il mio “spazio digitale”, ma questa mi ha fatto parecchio sorridere, quindi l’auspicio è quello che smetta di fare il politico e si dedichi alla sua nuova vita professionale: il comico.